METODI PER GESTIRE IL CICLO IN MICROGRAVITÀ

“Quei giorni” nello spazio

Esce oggi su NPJ Microgravity uno studio sui vantaggi risultanti dall'impiego, durante la permanenza in orbita, di trattamenti contraccettivi con ormoni progestinici per controllare e interrompere il flusso a lungo termine. La corretta informazione sui metodi disponibili fa la differenza sulla terra, figuriamoci nello spazio

Liu Yang è un'astronauta cinese. Il 16 giugno 2012 è diventata la prima donna cinese ad andare nello spazio. Cosa la accomuna alle altre donne che sono state nello spazio, oltre a un mestiere inusuale? Anche lei ha dovuto scegliere come comportarsi e se indurre o meno l'interruzione del ciclo mestruale per la sua missione.

Liu Yang è stata nel 2012 la prima donna cinese ad andare nello spazio. Cosa la accomuna alle altre astronaute, oltre a un mestiere inusuale? Anche lei ha dovuto scegliere e se indurre o meno l’interruzione del ciclo mestruale per svolgere la sua missione.

Lo studio pubblicato oggi su NPJ Microgravity,  autrici Varsha Jain e Virginia Wotring, rispettivamente del King’s College di Londra e del Centro per la Medicina Spaziale del Baylor College di Houston, è dedicato alla gestione del ciclo in microgravità. In particolare, lo studio riguarda i vantaggi risultanti dalle evidenze a oggi disponibili sull’impiego di trattamenti contraccettivi con ormoni progestinici. Tali trattamenti sono utilizzati per interrompere il ciclo mestruale e possono essere adottati per farlo a lungo termine senza l’utilizzo combinato di contraccettivi orali, anche se a oggi il loro utilizzo non è ancora molto diffuso.

Con il crescere del numero di donne selezionate per i programmi che includono voli spaziali, il tema è oggetto di analisi e discussione. Se l’esigua dimensione della “popolazione” delle astronaute non permette di effettuare studi clinici su larga scala, la necessità di confrontarsi con questa tematica è inevitabile, e le accomuna alle donne impiegate nelle forze armate, che devono affrontare lunghi periodi in condizioni di difficoltà, nelle quali dover gestire anche il ciclo mestruale può diventare davvero problematico. La sua interruzione è spesso la soluzione scelta. Anche l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti si è espressa su questo tema, rispondendo a una domanda che le veniva rivolta da terra mentre si trovava a bordo della Stazione spaziale.

L’interruzione medicalmente indotta del ciclo mestruale è utilizzata per ovviare a molte problematiche di tipo pratico e medico, dall’endometriosi ai disturbi neurologici, da molte donne sulla terra. Ed è stata utilizzata come pratica dalle astronaute per affrontare i lunghi periodi di training che precedono il volo e poi il volo stesso. Ciò principalmente attraverso l’assunzione di pillole contraccettive che hanno come principio attivo l’associazione estro-progestinica, dette COC (Combined oral contraceptive): la classica “pillola”.

Certo ciò implica, nel caso di una missione spaziale di lunga durata, anche complicazioni di ordine pratico: banalmente, trasporto e stoccaggio di un grande quantitativo di pillole. Problemi che potrebbero essere ovviati nel caso in cui l’astronauta decida di utilizzare trattamenti contraccettivi con ormoni progestinici. Tra questi trattamenti sono infatti disponibili l’iniezione ormonale, valida per tre mesi, o l’impianto ormonale sottocutaneo, che garantisce un effetto affidabile per tre anni.  Tali metodologie non presentano controindicazioni con l’attività delle astronaute: anche se sottoposte alle grandi accelerazioni del decollo e dell’atterraggio, né gli impianti sottocutanei, né quelli intrauterini hanno riportato danneggiamenti o spostamenti, almeno questo è ciò che la scarsa letteratura medica al riguardo riporta. Queste metodologie non avrebbero controindicazioni neanche con l’uso degli equipaggiamenti utilizzati per le missioni extraveicolari. Secondo le autrici dello studio, i vantaggi derivanti dall’utilizzo di tali metodologie sarebbero superiori a quelli risultanti dall’utilizzo della terapia contraccettiva combinata per via orale.

cristSe infatti la gravidanza non possibile per le astronaute già in corso di selezione, esse devono poi confrontarsi con tempi che possono arrivare fino a 11 anni durante i quali l’interruzione del ciclo mestruale può essere la soluzione più pratica. Lo studio ha ipotizzato questa tempistica sommando i periodi che vanno dalla selezione alla conclusione dell’eventuale missione spaziale, durante i quali le astronaute sono sottoposte a continui stress, a voli frequenti anche nelle fasi pre e post missione, ad un allenamento fisico durissimo, oltre che alla quarantena al rientro dopo il volo spaziale.

Uno dei temi principali affrontati nello studio è il possibile effetto dei trattamenti ormonali sulla densità minerale ossea, dato che le evidenze hanno dimostrato come l’ambiente in microgravità comporti una perdita maggiore di densità rispetto all’ambiente terrestre. Le autrici sottolineano l’importanza di condurre ulteriori indagini, perché ad oggi numerosi studi sembrerebbero indicare che il tasso di perdita di densità minerale ossea sarebbe più elevato nelle donne che utilizzano l’iniezione ormonale progestinica DMPA e mentre questo effetto sulla terra regredisce nel momento in cui si interrompe il trattamento, gli effetti della microgravità sulle ossa delle astronaute sono permanenti, facendo apparire dunque questa metodologia come sconsigliabile. L’opzione che sembra migliore per affidabilità ed assenza di effetti negativi a lungo termine per le astronaute sarebbe il dispositivo intrauterino a lento rilascio di levonorgestrel (LNG-IUD), che dura fino a cinque anni.

L’analisi combinata dei dati farmacologici sui soggetti sottoposti a tali trattamenti sia in condizioni di volo spaziale che a terra permetterebbero di capire meglio i dati che emergono dagli studi fatti sulla scarsa popolazione delle astronaute, consentendo di stabilire se l’uso di questi contraccettivi a lungo termine possa essere una valida opzione. La dottoressa Virginia Wotring, autrice della ricerca, sottolinea come l’importante sia che gli studi sull’utilizzo di tali metodologie siano approfonditi, in ragione della necessità di fornire alle sempre più numerose donne astronauta la possibilità di fare scelte consapevoli sulle possibili tecniche per interrompere il ciclo mestruale. Sono assolutamente necessari un maggior numero di dati per poter fare delle valutazioni circostanziate e capire l’effetto del loro impiego sullo stato di salute delle ossa.

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Fonte: Media INAF | Scritto da Francesca Aloisio