SUI MEDIA NAZIONALI

L’astrofisica fa notizia

In chiusura di un altro anno ricco di attività di alto livello scientifico che hanno visto protagonista il personale del nostro Istituto, proviamo qui a segnalare quelle che più hanno attirato l’attenzione dei media nazionali, in base ai dati ricavati dalla nostra rassegna stampa

media-inaf-rass-stampa

Anche il 2015, ormai agli sgoccioli, è stato un anno da incorniciare per l’INAF. Davvero numerose e di alto livello scientifico sono state infatti le attività che hanno visto protagonista il personale del nostro Istituto. In buona parte ne abbiamo dato notizia attraverso comunicati stampa inviati alla nostra lista di giornalisti e agenzie stampa che, ovviamente, sono stati anche ripresi da Media INAF. Proviamo qui a segnalare quelli che più hanno attirato l’attenzione dei media nazionali, in base ai dati ricavati dalla nostra rassegna stampa. Ma, ci teniamo a dirlo chiaro e forte, questa ‘classifica’ è completamente slegata da valutazioni sull’importanza dei risultati scientifici dei singoli lavori, sia quelli che andiamo a ricordare, sia quelli non menzionati nell’articolo. Importanza che non spetta a noi valutare.

La Cometa 67P ripresa dalla camera OSIRIS a bordo di Rosetta il 3 agosto 2014. Crediti: ESA/Rosetta/MPS, per iil team di OSIRIS MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

La Cometa 67P ripresa dalla camera OSIRIS a bordo di Rosetta il 3 agosto 2014. Crediti:
ESA/Rosetta/MPS, per iil team di OSIRIS MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

Partiamo allora con questa carrellata ricordando i vari lavori che hanno riguardato la cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, osservata speciale della sonda Rosetta e del suo lander Philae. A gennaio la rivista Science ha dedicato vari articoli sui primi risultati della missione spaziale europea a cui hanno dato il loro contributo diversi ricercatori e tecnici dell’INAF, mettendo in evidenza alcune caratteristiche della superficie del nucleo cometario, sia in termini di composizione che di strutture morfologiche. A settembre altri interessanti lavori a guida INAF sono stati pubblicati sulle pagine di Nature, evidenziando la presenza di un vero e proprio ciclo del ghiaccio sul nucleo di 67P e fornendo una spiegazione della sua particolarissima forma a doppio lobo.

A febbraio l’hanno fatta da padrone i buchi neri, in particolare quello supermassivo al centro del quasar PDS 456, che emette un poderoso vento la cui intensità è stata misurata per la prima volta, rivelando anche come questo flusso di particelle si propaghi dal buco nero in tutte le direzioni. A marzo è apparso sulle pagine di Nature lo studio che ha permesso di individuare la più distante galassia al cui interno sia stata trovata la presenza significativa di polvere. Un oggetto lontanissimo – osservato quando l’universo aveva appena 700 milioni di anni, ovvero circa il 5 per cento della sua età attuale – ma già sorprendentemente evoluto . E a pochissimi giorni di distanza, ecco la prima spettacolare immagine multipla di una lontana supernova distante oltre nove miliardi di anni luce da noi, prodotta da una lente gravitazionale, in questo caso da una galassia ellittica e dall’ammasso di galassie in cui si trova.

Rappresentazione artistica del telescopio E-ELT con in funzione i fasci laser del suo sistema di ottica adattiva. Crediti: ESO/L. Calçada/N. Risinger

Rappresentazione artistica del telescopio E-ELT con in funzione i fasci laser del suo sistema di ottica adattiva. Crediti:
ESO/L. Calçada/N. Risinger

Il 2015 ha visto anche l’assegnazione della commessa per la realizzazione di MAORY (Multi-conjugate Adaptive Optics RelaY), uno dei primi tre strumenti che equipaggeranno il grande telescopio E-ELT, lo European Extremely Large Telescope in costruzione sulle Ande cilene. A maggio il Finance Committee dell’European Southern Observatory (ESO) ha firmato presso la sede di Monaco in Germania il contratto per la realizzazione, che appena qualche giorno fa è stata ufficialmente affidata a un consorzio internazionale guidato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica. Una commessa del valore di 18,5 milioni di euro.

Rappresentazione artistica di una piccola porzione di stelle in formazione nell'ammasso stellare Omega Centauri. Nell'ingrandimento è evidenziato il disco di gas e polveri che circonda una di queste stelle e, con tratteggio bianco, la traiettoria di un altro astro che impatterà su di esso, distruggendolo. Crediti: Marco Galliani - Media INAF

Rappresentazione artistica di una piccola porzione di stelle in formazione nell’ammasso stellare Omega Centauri. Nell’ingrandimento è evidenziato il disco di gas e polveri che circonda una di queste stelle e, con tratteggio bianco, la traiettoria di un altro astro che impatterà su di esso, distruggendolo. Crediti: Marco Galliani – Media INAF

Occhi puntati poi su Omega Centauri, splendido ammasso stellare globulare. Uno studio internazionale guidato da ricercatori INAF e pubblicato a maggio sul sito web della rivista Nature ha fornito importanti risultati per ricostruire la storia della formazione delle popolazioni stellari “multiple” individuate all’interno dell’ammasso.

Il suo nome, HD 219134b, non è molto accattivante, ma per gli astronomi che l’hanno scoperto grazie alle misure dello spettrografo HARPS-N installato al Telescopio Nazionale Galileo dell’INAF, si appresta a diventare una miniera di preziose informazioni. HD 219134b è infatti il pianeta roccioso confermato più vicino a noi, ad ‘appena’ 23 anni luce dalla Terra. Il suo anno, ovvero il periodo orbitale, dura appena tre giorni, il che rende la sua temperatura assai elevata, davvero troppo per ospitare forme di vita.

 

La galassia-medusa JO201 si trova nell'ammasso di galassie Abell 85. A sinistra della galassia si può oservare il materiale che e' fuoriuscito dalla galassia. I punti luminosi, principalmente blu, nella meta' sinistra dell'immagine sono tutte regioni in cui dal gas strappato si sono formate nuove stelle. Crediti: VST@ESO, Poggianti et al. (2015), INAF

La galassia-medusa JO201 si trova nell’ammasso di galassie Abell 85.
A sinistra della galassia si può oservare il materiale che e’ fuoriuscito dalla galassia.
I punti luminosi, principalmente blu, nella meta’ sinistra dell’immagine sono tutte regioni in cui dal gas strappato si sono formate nuove stelle.
Crediti: VST@ESO, Poggianti et al. (2015), INAF

Le “galassie medusa” (jellyfish galaxies), sistemi di miliardi di stelle come la nostra Via Lattea, la galassia in cui viviamo, vengono chiamate così perché mostrano dei “tentacoli”, composti da stelle e gas, che possono essere lunghi fino a miliardi di miliardi di chilometri. Per indagare le proprietà di queste galassie così particolari lo scorso ottobre ha preso il via GASP, un ampio programma osservativo approvato dall’European Southern Observatory (ESO). GASP vede impegnato per 120 ore complessive di osservazioni, distribuite nell’arco di due anni, il Very Large Telescope (VLT), a Paranal, nel deserto di Atacama in Cile. La guida di questa campagna osservativa è affidata a una astronoma dell’INAF.

Nello scorso novembre poi ha fatto scalpore la prima registrazione di un intenso flusso di raggi gamma provenienti da una pulsar (una stella di neutroni in rapida rotazione) che si trova al di fuori della nostra Galassia. La brillante sorgente gamma è stata scoperta all’interno della Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della Via Lattea, ed è stata individuata grazie allo strumento LAT (Large Area Telescope) dell’osservatorio spaziale Fermi della NASA, missione a cui l’Italia contribuisce con l’Istituto Nazionale di Astrofisica, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Agenzia Spaziale Italiana.

Un altro ‘colpo’ infine è stato messo a segno grazie allo spettrometro VIR a bordo della sonda Dawn. Indagando la superficie del pianeta nano Cerere, gli scienziati della missione hanno scoperto la presenza di argilla contenente ammoniaca: da questa informazione emergono così forti sospetti che Cerere possa essersi formato in una zona più esterna del Sistema solare rispetto alla sua attuale posizione.