PROVANO IL «DESPERATE MODE» E VA FUORI USO

La cometa? Così dura da rompere il martello

Divulgati dai team degli strumenti scientifici a bordo di Philae i primi risultati. La zona in cui si trova il lander è coperta da uno strato di polvere spesso 10-20 cm a circa 170 gradi sotto zero. Rilevate molecole organiche, ma ancora non si sa quali. Risveglio probabile a primavera

Rappresentazione schematica del retro di Philae, con evidenziati gli strumenti ROMAP e MUPUS. Crediti: DLR

Rappresentazione schematica del retro di Philae, con evidenziati gli strumenti ROMAP e MUPUS. Crediti: DLR

Dei cinque e più sensi di cui dispone Philae, quello che sta rivelando in questa primissima fase più informazioni è il tatto. Ovvero, lo strumento MUPUS (Multi-Purpose Sensors for Surface and Subsurface Science), che con i suoi sensori ha il compito di misurare la densità e le proprietà termiche e meccaniche del suolo della cometa 67P. E quella che le sue dita elettroniche hanno toccato è una superficie inattesa. Molto più dura di quanto previsto dagli scienziati.

Quanto più dura? Sentite com’è andata. Il martello che avrebbe dovuto saggiarne la consistenza era programmato per tre livelli d’intensità crescente: il modo 1, il modo 2 e il modo 3. Fallita la prima serie di martellate, fallita la seconda e fallita pure la terza, è però saltato fuori che in realtà il team aveva pronto anche un “piano B”, un livello di potenza segreto al quale il libretto d’istruzioni non faceva cenno: il misteriosissimo modo 4, conosciuto dagli addetti ai lavori con il nome in codice di desperate mode.

Una cometa durissima

Ora, non c’è bisogno di sapere l’inglese per intuire che del desperate mode è meglio non abusare. E infatti il progettista del martello, Jerzy Grygorczuk, aveva avvisato il resto della squadra: lasciate perdere, del modo 4 io non vi ho detto nulla, fate finta che non ci sia. Ma le batterie si stavano esaurendo, loro disperati lo erano davvero… così l’hanno attivato. E sono stati puniti: nel giro di sette minuti il martello s’è rotto.

Questa la storia trapelata nei giorni scorsi via Twitter (come già avevamo avuto modo d’apprezzare sabato, MUPUS è lo strumento più chiacchierino dei dieci). Ora iniziano a venire divulgati anche un po’ di dati scientifici. Anzitutto la temperatura del suolo, che s’aggira attorno ai 170 gradi sotto zero. Dalle variazioni dell’inerzia termica all’aumentare della profondità, rilevata con sensori a infrarossi, il team di MUPUS deduce poi che la porzione di cometa nella quale alloggia il lander potrebbe essere costituita da un nucleo di ghiaccio durissimo ricoperto da 10-20 cm di polvere parecchio compatta. Insomma, un risultato niente male, per uno strumento che ha potuto funzionare solo a metà – oltre alla rottura del martello, MUPUS ha dovuto fare a meno dei sensori termici e degli accelerometri presenti sugli arpioni, la cui attivazione è andata a vuoto – e solo per il breve tempo concessogli dalla batteria primaria, quella caricata per l’ultima volta sulla Terra oltre 10 anni fa, all’epoca del lancio di Rosetta.

Oltre al tatto: anche molecole organiche negli altri strumenti di Philae

L’udito del lander, affidato principalmente all’orecchio di SESAME (Surface Electrical, Seismic and Acoustic Monitoring Experiment), conferma sostanzialmente quanto rilevato da MUPUS. «La resistenza del ghiaccio presente al di sotto dello strato di polvere che ricopriva il primo punto di contatto è sorprendentemente elevata», osserva Klaus Seidensticker, del DLR, riferendosi al luogo in cui Philae è rimbalzato, aggiungendo che non pare esserci molta attività cometaria nella zona del touchdown, e che sotto al lander è presente acqua ghiacciata in grande quantità.

Dai due nasi di Philae, COSAC e Ptolemy, gli organi decisamente più interessanti ai fini della ricerca d’eventuali mattoncini della vita, non è ancora emersa alcuna novità rispetto al poco che già avevamo anticipato sabato scorso. Ovvero: è certo che SD2, il trapano che doveva fornire ai due laboratori chimici il campione di cometa da annusare, è stato attivato. Ed è confermato che sono stati compiuti tutti i passaggi previsti per il trasporto del campione all’interno del forno d’analisi. Ma ancora non è stato detto se il campione era davvero presente. E tanto meno si hanno risultati dalla cromatografia.

Questo a piano terra, al livello del suolo. Qualche notizia in più, invece, dalle analisi sulla rarefatta atmosfera: COSAC è stato in grado d’annusarla e d’individuarvi le prime molecole organiche. Non è però stato specificato quali, e lo studio degli spettri è ancora in corso.

Ottima la performance dell’imager di bordo, la camera ROLIS (ROsetta Lander Imaging System), della quale già abbiamo avuto modo di vedere, la settimana scorsa, le fotografie del suolo a distanza ravvicinata. Ottima al punto che il suo responsabile, l’italiano Stefano Mottola, viene esplicitamente definito, nel comunicato stampa di DLR, uno dei “big winners” dell’atterraggio di Philae.

Aspetta primavera, Rosetta

Risultati scientifici a parte, l’altra grossa novità ha invece a che fare con lo stesso Philae. Potrebbe tornare in vita ad agosto, aveva pronosticato Stephan Ulamec, il lander manager di DLR, sabato scorso. Ora è più ottimista. La rotazione di 35 gradi impressa la notte fra venerdì e sabato pare essere andata a buon fine, nel senso che il pannello solare più grande si trova ora allineato verso il Sole.

Ulamec ritiene dunque probabile che già dalla primavera del 2015 Philae tornerà a farvi vivo. E, con l’estate, la temperatura su 67P potrebbe consentire alle batterie di ricaricarsi. Certo è che Rosetta non ha alcuna intenzione di sospendere le ricerche: continuerà a orbitare là attorno alla cometa in attesa d’un segnale dal suo eroico compagno d’avventura.

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina