RILEVATI GRUMI NEL GAS INTERSTELLARE

Ai confini del buco nero centrale

Osservazioni di Sagittarius A* compiute con il radiotelescopio spaziale russo RadioAstron e con i 10 radiotelescopi terrestri del VLBA, nel New Mexico, evidenziano una sottostruttura nel disco di gas che circonda il buco nero. Lo studio su ApJ Letters

Immagine composita di Sagittarius A*, ottenuta combinando i dati radio del Very Large Array (in verde), del BIMA (in rosso) e del telescopio spaziale Spitzer della NASA (in blu). Crediti: NRAO/AUI

Immagine composita di Sagittarius A*, ottenuta combinando i dati radio del Very Large Array (in verde), del BIMA (in rosso) e del telescopio spaziale Spitzer della NASA (in blu). Crediti: NRAO/AUI

Rimane un enigma, il buco nero supermassicio che alberga al centro della Via Lattea. Di Sagittarius A*, questo il suo nome, sappiamo che ha una massa pari a circa 4 milioni di volte quella del nostro Sole e che sta attraversando una fase di quiete, a differenza dei suoi colleghi al cuore delle AGN: galassie, appunto, dal nucleo attivo. Ma benché sia il buco nero supermassiccio della nostra galassia, dunque quello che in teoria dovremmo conoscere meglio, nemmeno siamo in grado di dire con certezza se la materia che lo avvolge vi sta cadendo dentro o ne è stata espulsa fuori. Una serie di osservazioni condotta con due fra i radiotelescopi più moderni, il russo RadioAstron (dallo spazio) e l’americano VLBA (da terra), i cui risultati sono pubblicati sull’ultimo numero di The Astrophysical Journal Letters, potrà però aiutarci a conoscere meglio la geografia della regione che lo circonda, e dunque i processi in atto là attorno al buco nero.

Analizzando le immagini in arrivo dal gigante russo (RadioAstron è il più grande radiotelescopio mai messo in orbita), un professore di fisica dell’Università di California a Santa Barbara (UCSB), l’astronomo Carl Gwinn, aveva notato la presenza di una sorta di grumi, di piccole irregolarità che non avrebbero dovuto esserci. Anomalie che, come ha scoperto in seguito uno degli studenti di dottorato di Gwinn, Michael Johnson (ora allo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics), potrebbero rivelarsi preziose per riuscire a stimare la dimensione della sorgente sottostante. Al punto da convincere i ricercatori a condurre una seconda serie d’osservazioni, questa volta da terra, utilizzando i 10 radiotelescopi del Very Long Baseline Array e la parabola da 100 metri del Green Bank Telescope.

Risultato? «Abbiamo scoperto che la regione di emissione», spiega Johnson riferendosi al disco che circonda il buco nero, «è grande appena 20 volte il diametro dell’orizzonte degli eventi così come apparirebbe dalla Terra. E con osservazioni aggiuntive potremo cominciare a comprendere il comportamento di questo ambiente estremo». La misura della regione d’emissione è infatti solo il primo passo. L’obiettivo finale degli autori dello studio è giungere a ottenere «una semplice immagine di come la materia cade in un buco nero o viene espulsa da esso. Sarebbe davvero emozionante», dice Gwinn, «riuscire a produrre un’immagine del genere».

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