NELLA FASE EVOLUTIVA INIZIALE

Un oceano di magma per Mercurio

Due tipologie di roccia, quelle trovate dalla sonda della NASA Messenger, che però, secondo i ricercatori del MIT, potrebbero avere un'origine comune, l'oceano di magma rovente che avrebbe ricoperto la superficie del pianeta Mercurio 4,5 miliardi di anni fa

mercurioIl roccioso e arido Mercurio. Così appare oggi il pianeta più vicino al Sole del nostro sistema planetario. Sotto osservazione ora della sonda della NASA Messenger e, tra qualche anno, della sonda europea Bepi Colombo, il piccolo pianeta potrebbe ave avuto un passato decisamente meno arido, anche se sempre molto caldo.

Infatti, la sonda della NASA ha evidenziato due tipologie di rocce che compongono la crosta del pianeta e, almeno fino a questo momento, gli scienziati non sono stati in grado di spiegare.

Esperimenti di laboratorio e simulazioni condotti al Massachusets Institute of Technology (MIT) sembrano ora fornire una spiegazione, che risale a molti anni fa, quattro miliardi e mezzo di anni addietro, alla fase iniziale di formazione del nostro sistema solare. In quell’epoca probabilmente Mercurio è coperto da un oceano di magma rovente.

“Lo straordinario è che questo non è accaduto ieri”, spiega Timothy Grove, professore di geologia al MIT. “La crosta risale a più di quattro miliardi di anni, quindi quest’oceano di magma è una caratteristica molto antica”.

La sonda Messenger ha identificato i due tipi di roccia grazie al suo spettrometro a raggi X, che è stato in grado di distinguerne la composizione chimica.

Gli scienziati hanno riprodotto il più fedelmente possibile queste due tipologie di roccia in laboratorio, per poi sottoporle a temperature e pressioni che potrebbero aver caratterizzato Mercurio nella sua fase evolutiva.

Questo esperimento ha portato alla conclusione che vi sia una sola origine comune per i due tipi di roccia. L’oceano di magma avrebbe, infatti, creato due cristalli, solidificatesi e poi, una volta rifusi, distribuiti sulla superficie del pianeta Mercurio attraverso le eruzioni vulcaniche.

I ricercatori ammettono che vi sono ancora alcune lacune e che i successivi approfondimenti permetteranno di avere risultati più completi, ma che comunque siamo di fronte ad un quadro di riferimento su cui aggiungere nuovi dati, utile a mettere insieme una storia più completa per il più piccolo pianeta del sistema solare.

I risultati di questo lavoro sono stati descritti sul numero del primo febbraio della rivista Earth and Planetary Science Letters.