INSTITUTIONS RANKINGS REPORT 2012

Sei frecce verdi per l’INAF

È stato rilasciato nei giorni scorsi il SIR World Report 2012, il rapporto annuale che misura la produzione scientifica mondiale. Tutti in crescita gli indicatori relativi all’INAF rispetto al periodo precedente.

inaf-sirLo Scimago Institutions Rankings offre la collezione più completa della produzione scientifica, calcolata basandosi su indicatori bibliometrici, di istituti di ricerca pubblici e privati nel mondo. Il rapporto 2012, pubblicato nei giorni scorsi, considera gli articoli scientifici indicizzati nel database Scopus di Elsevier relativi al periodo 2006-2010. Ben 3.290 le istituzioni rappresentate, responsabili nel complesso di oltre l’80% della produzione scientifica mondiale. Come numero di istituzioni dominano Usa e Cina, rispettivamente con 521 e 332 fra università, enti di ricerca e istituti pubblici e privati. L’Italia, con 128 istituzioni, è al nono posto, ma sale al settimo nella graduatoria per output scientifico complessivo.

Il rapporto elenca le istituzioni in ordine di numero di pubblicazioni (output). Al primo posto figura il Centre National de la Recherche Scientifique francese, con oltre 200mila lavori indicizzati, seguito dalla Chinese Academy of Sciences (circa 150mila), dalla Russian Academy of Sciences (93mila), dalla Harvard University (74mila) e dal Max Planck Gesellschaft (52mila). La prima istituzione italiana che s’incontra, al 21esimo posto, è il CNR, con 38.885 lavori. L’INAF, con 7.466 pubblicazioni, figura alla 461esima posizione della graduatoria globale e alla 16esima per l’Italia.

Ovviamente, trattandosi di un parametro assoluto e meramente quantitativo, l’output in termini di numero di pubblicazioni non tiene in alcun conto della dimensione delle singole istituzioni né della qualità dei lavori. E gli stessi autori del report sono molto espliciti a questo proposito: i risultati che ne emergono, mettono in guardia, non si prestano a essere utilizzati per fare confronti o per stabilire una graduatoria di merito fra istituzioni. Guardando però ad alcuni degli indicatori forniti dal rapporto, è comunque possibile farsi un’idea della qualità e dell’impatto globale della produzione, in termini di pubblicazioni, di ogni singola istituzione e del loro impatto nel contesto mondiale della ricerca scientifica.

Indicatori di qualità

Il Normalized Impact (NI), per esempio, tiene conto del numero di citazioni ricevute dalle pubblicazioni di ogni istituzione, contestualizzandole per area tematica, tipo di pubblicazioni e periodo, e normalizzandole rispetto alla media mondiale. Dunque l’American Cancer Society, che con un NI pari a 6.3 è in cima a tutti nella colonna del Normalized Impact, ha un impatto scientifico oltre 6 volte superiore alla media mondiale. A guidare la classifica per l’Italia è l’ISI Foundation di Torino con 2.6.

Sempre basato sul numero di citazioni ricevute è l’indicatore di Excellence Rate (ER), che misura la percentuale di produzione scientifica di un’istituzione che rientra nel 10% delle pubblicazioni più citate nella propria categoria. In altre parole, dovrebbe riflettere la capacità di produrre conoscenza scientifica di alta qualità. Qui, a livello mondiale, regna sovrano il Broad Institute of MIT and Harvard, con ben il 53% di pubblicazioni (dunque oltre una su due) rientranti fra il 10% delle più citate al mondo. Campione nazionale, stando all’enorme tabella, è di nuovo l’ISI Foundation di Torino, con il 29.6%. In generale, quasi tutti gli istituti italiani se la cavano comunque egregiamente, superando il valore medio atteso che è appunto il 10%.

Infine, l’indicatore Q1 mostra la capacità che hanno i ricercatori delle varie istituzioni di pubblicare sulle riviste scientifiche migliori, ovvero quelle che nel database SJR rientrano nel primo quartile. Guida la classifica il Whitehead Institute for Biomedical Research, il cui Q1 pari a 95.4% indica che quasi la totalità dei suoi lavori viene pubblicata su riviste appartenenti al 25% più prestigioso. Fra gli istituti italiani, quello con più alto Q1 è l’IRCCS San Raffaele Pisana, con un eccellente 77.9%.

Le performance dell’INAF

Guardando alle prestazioni dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, il primo aspetto che balza agli occhi, evidenziato da una sequenza di ben 6 freccette verdi su 6 (rappresentazione iconica dell’annual variability rate, come ha spiegato a Media INAF uno dei ricercatori di Scimago, Carlos Olmeda-Gómez, docente di bibliometria presso l’Universidad Carlos III di Madrid), è che tutti gli indicatori sono in crescita rispetto al periodo precedente. Segno, dunque, d’un ente in continuo miglioramento sotto tutti gli aspetti presi in esame.

E anche i risultati rispetto al contesto nazionale – per quanto, ribadiamo, i dati vadano usati cum grano salis – appaiono lusinghieri. Limitandosi a considerare gli enti di ricerca vigilati dal MIUR presenti nel rapporto, l’INAF si piazza infatti al terzo posto per Excellence Rate (con un ER pari al 14.5%, preceduto da INGV e CNR) e al secondo posto sia nella classifica per Normalized Impact (con un NI pari a 1.4, preceduto dal solo INGV) sia in quella per Q1 (pari a 66.1%, anche qui preceduto dal solo INGV). Ed è importante sottolineare che in tutt’e tre i casi si tratta di risultati ampiamente al di sopra della media mondiale. L’INAF, sempre nel contesto nazionale, compare inoltre al secondo posto, dietro all’ICTP di Trieste, per tasso d’internazionalizzazione (IC, International Collaboration), vale a dire la percentuale di articoli (per l’INAF, il 75.1%) firmati da ricercatori appartenenti a istituzioni di più paesi.

Per avere un quadro davvero indicativo dell’effettiva qualità della ricerca svolta, però, occorre confrontarsi entro ambiti disciplinari affini. È dunque opportuno attendere il rilascio del rapporto suddiviso nelle quattro aree tematiche (Health Sciences, Life Sciences, Physical Sciences e Social Sciences and Humanities), previsto per le prossime settimane.

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