NEBULOSA AQUILA DALL’INFRAROSSO ALL’X

La decostruzione di un’icona

Quella dei «Pilastri della Creazione», ripresi nel 1995 dallo Hubble Space Telescope, è forse l’immagine astronomica più famosa di sempre. Ma cosa si cela al di là del suo indubbio fascino estetico? Ce lo rivela ora un’osservazione multibanda condotta con quattro telescopi, due da Terra e due dallo spazio.

Le osservazioni di NGC6611 (o M16), condotte su più bande dello spettro elettromagnetico, qui raccolte in un'unica immagine

È la Monna Lisa delle immagini astronomiche. Scattata dallo Hubble Space Telescope nel 1995, sembra uscita da uno studio hollywoodiano. Troppo belle per essere vere, le tre meravigliose strutture che la contraddistinguono, nell’immaginario collettivo, sono subito diventate i «pilastri della creazione». Nome quanto mai azzeccato: ciò che ritraggono è, in effetti, una regione di formazione stellare: la Nebulosa Aquila, a 6500 anni luce dalla Terra, nella costellazione del Serpente. Una regione sotto molti punti di vista ancora enigmatica: le stesse conformazioni di gas e polvere che tanto ci affascinano finiscono infatti per oscurare i fenomeni fisici in corso al loro interno.

Questo, almeno, nella luce visibile. Ma è stato sufficiente puntare quattro nuove paia di occhi sensibili a porzioni diverse dello spettro elettromagnetico per sollevare il velo. È quanto è stato fatto combinando le immagini ottenute da due telescopi terrestri e da due telescopi spaziali. Da Terra, le immagini riprese nel vicino infrarosso dal Very Large Telescope (a Paranal, in Cile) e nel visibile dal telescopio MPG da 2.2 metri (a La Silla, sempre in Cile), entrambi dell’ESO. E dallo spazio quelle di due osservatori spaziali dell’ESA: Herschel per il lontano infrarosso e XMM-Newton per un’inedita vista a raggi X.

Passando così dai «pilastri della creazione» a «NGC 6611» (questo il freddo numero di targa adottato dagli scienziati per identificare il giovane e bollente ammasso stellare che illumina la regione), a occhi profani il risultato rischia di perderci, quanto a spettacolarità. Ma proprio come avviene analizzando un dipinto in dettaglio, ricostruendone gli strati sottostanti e la storia della sua composizione, la soddisfazione di scoprire quanto c’è dietro compensa ampiamente la necessità di dover temporaneamente porre l’estetica in secondo piano. Ecco così i pilastri diventare pressoché trasparenti nel vicino infrarosso, per poi riemergere in tutto il loro splendore – questa volta, però, brillando di luce propria, e non più soltanto riflessa come avviene in banda visibile – nell’immagine raccolta da Herschel nel lontano infrarosso. Ed è grazie alla fotografia identificativa a raggi X di XMM-Newton che possiamo, infine, fare conoscenza con le artefici di tanto splendore: le giovani stelle calde che hanno imposto a quei pilastri di gas e polvere la loro inconfondibile forma.

Guarda il video della Nebulosa Aquila a diverse lunghezze d’onda: