LA ROCCIOTECA NASA PERDE PEZZI

Oggetti spaziali smarriti

Meteoriti, polvere cometaria, rocce raccolte dal suolo lunare. Sparite nel nulla. Sono oltre 500 i campioni di materiale spaziale della NASA rubati, persi, o più semplicemente mai restituiti. È quanto emerge da una verifica interna della stessa agenzia.

Ecco come si presenta un contenitore per campioni lunari. All’interno del disco da circa 15 cm di diametro, incapsulati nell’acrilico trasparente, tre campioni di suolo e tre di materiale roccioso. Fonte: NASA

Va a finire che all’ufficio prestiti ci metteranno un poliziotto, come nella biblioteca dell’omonimo racconto horror di Stephen King, “The Library Policeman”, dove dimenticarsi di restituire un libro può portare a conseguenze quanto mai spiacevoli. Ma a dover metter mano al sistema di gestione dei prestiti, questa volta, è niente meno che l’Agenzia spaziale degli Stati Uniti. Stando a quanto emerge da una verifica interna appena pubblicata, la NASA avrebbe infatti, fino a pochi mesi fa, mostrato una gestione un po’ troppo disinvolta dei propri preziosissimi reperti spaziali.

Astromateriali, li chiamano. Ebbene, dal 1970 al giugno del 2010, tra furti, perdite e mancati resi, non hanno risposto all’appello ben 517 campioni. Fra i quali 18 frammenti di suolo lunare smarriti da uno scienziato giusto lo scorso anno, e 218 fra meteoriti e rocce lunari rubate nel 2002 da un ricercatore della stessa NASA, e in seguito recuperate grazie anche a un agente FBI sotto copertura.

Quest’ultimo episodio, il furto del 2002, è talmente rocambolesco che Ben Mezrich ne ha tratto un libro, uscito l’estate scorsa, dal titolo Sex on the Moon: The Amazing Story Behind the Most Audacious Heist in History. Ma anche la sparizione degli altri campioni, pur senza assurgere al rango di spy-story, è un fatto quanto meno curioso. E il rapporto si conclude con una vera e propria ramanzina all’Astromaterials Acquisition and Curation Office, l’ufficio responsabile della roccioteca: «Il controllo esercitato dalla NASA sui prestiti a scopo di ricerca di astromateriali è inadeguato», scrive infatti Paul K. Martin nella relazione, puntando il dito soprattutto sulle procedure di registrazione non sempre accurate e sulla tolleranza a volte eccessiva nei confronti dei ricercatori più distratti. «Come quel ricercatore», illustra con una certa perfidia il rapporto, «che aveva ancora campioni lunari presi a prestito 35 anni fa: campioni sui quali non aveva mai condotto alcuna ricerca».

Una situazione curiosa, dicevamo, questa illustrata dal rapporto interno. Ma non per questo è il caso di gridare allo scandalo. Per almeno tre motivi. Anzitutto, pubblicare una relazione del genere, con cifre e tutto, è comunque un bell’atto di trasparenza. Secondo aspetto, il rapporto prospetta una serie d’interventi concreti, da mettere in atto entro il 2012, per tappare le falle organizzative emerse. Dunque siete avvisati: se vi ritrovate sul tavolino del salotto un meteorite preso a prestito dalla NASA, è giunto il momento di restituirlo. Infine, per assegnare proporzioni corrette alla portata di questi smarrimenti, occorre tenere in conto che la roccioteca NASA gestisce circa 140mila campioni lunari, 18mila campioni di meteoriti e circa altri 5mila frammenti fra vento solare, comete e polvere cosmica. Di tutti questi astromateriali, oltre 26mila, al marzo 2011, erano in prestito a scopo scientifico, didattico e divulgativo. Insomma, meglio rischiare di smarrirne un po’, se l’alternativa dev’essere quella di tenerli inutilizzati e inaccessibili in qualche cassaforte.

Alessandra Rotundi arriva all'INAF-Osservatorio astronomico di Capodimonte (NA) con la valigetta NASA contenente i grani della cometa Wild-2. Crediti: INAF

Ma come funziona un prestito di astromateriale? Lo abbiamo chiesto a una scienziata italiana, Alessandra Rotundi, dell’Università di Napoli “Parthenope”. Lei e il suo team, del quale fanno parte anche ricercatori INAF di Napoli e Catania, gestiscono uno fra i più qualificati laboratori di ricerca al mondo per lo studio di materiale proveniente dallo spazio, al punto che la NASA, nel corso degli ultimi cinque anni, ha più volte messo a loro disposizione alcuni fra i più preziosi frammenti spaziali che esistano: i grani di polvere raccolti dalla chioma della cometa Wild-2 dalla missione Stardust, portati qui sulla Terra da una sonda, il 15 gennaio 2006, dopo un viaggio lungo 4.6 miliardi di chilometri.

«Nella prima fase mi hanno assegnato 7 grani, da riconsegnare insieme ad un report, con tutti i risultati, nell’arco di pochi mesi. La burocrazia era molto limitata e non troppo organizzata», ricorda Rotundi, «ma i ricercatori erano tenuti abbastanza sotto controllo. Restituiti i primi 7 campioni, ho presentato un secondo proposal. Lo hanno accettato, e di grani me ne hanno mandati 10. Questa volta la burocrazia era sensibilmente aumentata, ma non c’era un termine entro il quale bisognasse produrre i risultati». Restituiti anche questi? «Certo, insieme a un nuovo report e a un altro proposal. Anche quest’ultimo è stato accettato, e ora sono in attesa dell’arrivo di ulteriori 3 grani, sempre della cometa Wild-2».

Tutto accuratamente documentato e tracciato, come emerge dai moduli che Rotundi mostra a Media INAF. Documenti, come il “Sample Loan Agreement” e il “Sample Return Form” (rispettivamente, il modulo di accettazione delle condizioni del prestito e quello di restituzione), nei quali è puntualmente elencato, identificato da una sigla, ogni singolo frammento. E stiamo parlando di oggetti con dimensioni di 10 micron: circa un decimo della sezione di un capello. Microscopici e di valore inestimabile. Ma non le è mai venuta la tentazione, chiediamo ad Alessandra Rotundi, di tenersene qualcuno per sé? «Assolutamente no! Piuttosto, se una tentazione ho avuto, è stata quella di seguire ciò che mia figlia, che all’epoca aveva 10 anni, mi ha pregato di fare quando sono arrivata a casa con i primi 7 grani: mamma, per favore, poi li rimandate sulla cometa?».