L'EDITORIALE

Scienziati italiani… ricerca estera

Disponibilità ai sacrifici è quella richiesta dal nuovo governo e non potrebbe essere altrimenti, purché non si sottovaluti il ruolo degli investimenti e delle attività di ricerca perché vi è un nesso evidente tra investire in ricerca e forza economica del paese: la Germania insegna

Il nuovo governo nasce all’insegna dell’ottimismo e della “disponibilità ai sacrifici”. È un orientamento che riflette, com’è noto, una situazione critica anche sul piano internazionale. Tuttavia, è auspicabile che anche in un momento così difficile i decisori non sottovalutino il ruolo e il significato degli investimenti e delle attività di ricerca.

Basta scorrere l’elenco dei Paesi europei che più investono in scienza e tecnologia in rapporto al PIL – in Svezia, Finlandia, Danimarca, Germania – per capire che vi è un nesso importante tra questi investimenti, il grado di sviluppo e la capacità di fronteggiare le principali sfide economiche e sociali. Questa attenzione alla ricerca va ormai declinata sia a livello nazionale che internazionale.

In ambito nazionale, si tratta di sviluppare e incentivare la qualità e l’efficienza delle nostre organizzazioni di ricerca, valorizzandone il potenziale. C’è un dato che fotografa in modo impietoso il nostro distacco sul piano internazionale, quello sull’età del personale docente. Tra i ventisette Paesi europei, l’Italia ha la quota più bassa di docenti sotto i 40 anni: meno del 16%. In Francia e Spagna la percentuale di docenti giovani è esattamente doppia della nostra. In Svezia, Olanda e Germania supera il 40%. Ma perfino in Bulgaria, Belgio e Portogallo – Paesi che certamente non brillano su scala internazionale per investimenti in ricerca – gli ‘under 40’ sono nettamente più rappresentati che da noi. Su dieci docenti attivi in Italia, quasi sei hanno più di cinquant’anni, e anche questo purtroppo è un record assoluto: in gran parte degli altri Paesi gli ultracinquantenni sono un terzo del totale, se non di meno (Elaborazione Observa su dati Eurostat, Annuario Scienza e Società 2011).

Un altro dato è utile per collegare la dimensione nazionale a quella internazionale: da anni, ormai, i risultati nell’ottenere i fondi dello European Research Council – quelli più competitivi e orientati alla ricerca di frontiera – sono ottimi per i ricercatori di nazionalità italiana (addirittura al primo posto nel 2009), e meno buoni per le nostre organizzazioni, perché una parte consistente dei vincitori italiani ottengono questi finanziamenti per condurre la propria ricerca all’estero.

L’impegno delle istituzioni nazionali è cruciale anche su scala internazionale. È ormai a livello europeo, infatti, che sono disponibili i finanziamenti più significativi per le attività di ricerca. La capacità delle organizzazioni di ricerca italiane di competere per questi fondi  ha ampi margini di miglioramento (tasso di successo nel 2007-2008: 17,5%, contro il 26,3% della Francia, dati Commissione Europea, Annuario  Scienza e Società 2011), purché sia sostenuta e incoraggiata anche con opportuni incentivi e investimenti formativi.

Ma le istituzioni nazionali e i loro rappresentanti possono soprattutto concorrere a definire priorità e strategie a livello europeo: nel 2013 giungerà a termine l’attuale Programma Quadro, e sarà fondamentale partecipare attivamente e in modo autorevole alla definizione del nuovo Programma Horizons 2020.

In definitiva, l’auspicio è che anche in una situazione così critica, si possa guardare alla ricerca come risorsa di sviluppo e non solo come fonte di costi; che si possa guardare alla dimensione europea, almeno in materia di ricerca, come a un contesto di opportunità oltre che di vincoli di bilancio.

Annuario Scienza e Società 2011, a cura di M. Bucchi e G. Pellegrini, Il Mulino

* Professore di Scienza, Tecnologia e Società, Università di Trento. Tra le sue pubblicazioni più recenti “Scientisti e antiscientisti. Perché scienza e società non si capiscono” (Il Mulino).