LE ANTENNE DEI RADIOASTRONOMI PUNTATE SU UARS

Il satellite nel pineto

Tutti col fiato sospeso per il rientro in atmosfera del satellite UARS della NASA. Alcuni frammenti potrebbero precipitare sulla Terra già questa sera, e il Nord Italia è fra le zone potenzialmente interessate. A tenere sott’occhio l’evento, anche alcuni ricercatori dell’INAF.

Il satellite UARS della NASA

«Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini», cantavano i due amanti della poesia di D’Annunzio un secolo fa. Altri tempi. Oggi c’è il rischio – remoto, occorre dire – che a piovere sui nostri volti sempre meno silvani sia una gragnuola che meno romantica non si potrebbe: frammenti di titanio, berillio e altro materiale provenienti dalla disintegrazione del satellite NASA UARS (Upper Atmosphere Research Satellite) in rientro incontrollato verso la Terra. La grande domanda è: dove cadranno?

Per tentare una previsione il più possibile accurata e in anticipo sull’impatto, i ricercatori si stanno preparando a tracciare i singoli frammenti. La NASA stessa ha predisposto un sito dedicato a fornire aggiornamenti sulla situazione. Mentre scriviamo (le 16:30 di venerdì 23 settembre), l’ultimo update riferisce che UARS si trova in un’orbita ad altezza compresa fra i 160 e i 170 chilometri, con rientro atteso fra la notte inoltrata e il primo mattino.

E a tenere sott’occhio la discesa di UARS, un bestione da sette tonnellate, ci sono anche i ricercatori dell’INAF, in particolare i radioastronomi, che sfruttando temporaneamente le loro enormi antenne – nate per sondare l’Universo – in modalità radar, e in particolare “radar bistatico” (ovvero con trasmettitori e ricevitori separati), si stanno apprestando a monitorare i detriti in avvicinamento. «Attraverso un’antenna di 70 metri di diametro, situata in Ucraina, illuminiamo zone del cielo con onde radio. E con le antenne INAF di Medicina (BO) e di Noto cerchiamo di ricevere l’eco di ritorno dai frammenti del satellite», spiega Giuseppe Pupillo, ricercatore dell’INAF Osservatorio astronomico di Torino. «Da quanto ne sappiamo,  al momento [ore 15:00, NdA] ancora non è rientrato in atmosfera. Ma solo due ore prima del rientro si potranno iniziare ad avere dati un po’ precisi su dove potrebbero avvenire eventuali impatti. Per quanto riguarda il Nord Italia, le possibili finestre temporali, stando agli ultimi dati disponibili, sono due: fra le 21.25 e le 22.03 di questa notte e fra le 3.34 e le 4.12 di sabato».

Previsione e prevenzione: soluzioni per il futuro

«Un problema come quello che ci troviamo ad affrontare in queste ore», dice Pupillo, «diventerà sempre più importante nei prossimi anni, visto il sovraffollamento di oggetti in orbita attorno alla Terra. Noi, come gruppo INAF che si occupa di detriti spaziali, stiamo cercando di organizzare una rete di monitoraggio, sia radar che ottica. Purtroppo, al momento, non possediamo un trasmettitore nostro, per effettuare osservazioni radar in modo autonomo. Se in futuro riusciremo ad approntarlo, saremo in grado di fornire informazioni sicuramente preziose per il monitoraggio di questi oggetti, e per definirne meglio l’orbita in fasi critiche come questa».

Ma oltre alla possibilità di previsioni più accurate, c’è già chi sta lavorando anche a sistemi attivi per prevenire questi eventi incontrollati. Come il ricercatore dell’ASI Marco Castronuovo, che proprio qualche settimana fa ci illustrava, qui su Media INAF, il suo progetto di rimozione attiva dello space debris. «Il rientro nell’atmosfera dei satelliti in orbita bassa giunti a fine vita», dice ora Castronuovo, «è un fenomeno naturale e inevitabile. Che ciò avvenga il prima possibile, poi, è quanto in realtà ci si prefigge per evitare che lo spazio intorno alla Terra diventi una discarica di oggetti e frammenti incontrollati che impedirebbe l’accesso allo spazio alle generazioni future. A tale fine, infatti, varie agenzie spaziali, tra cui l’ESA e NASA, hanno introdotto volontariamente il requisito che tutti i propri futuri satelliti abbiano un margine di propellente che ne consenta il rientro immediato alla fine della loro vita operativa. Questo è proprio ciò che si propone il sistema di Active Space Debris Removal per tutti gli oggetti per i quali tale margine non era stato previsto al momento del progetto».

E per eventualità come quella di questa sera, invece, in attesa dei “netturbini orbitanti” del futuro, dobbiamo preoccuparci? «Nella maggior parte dei casi, i satelliti bruciano completamente», assicura Castronuovo, «a causa dell’attrito con l’atmosfera. Alcuni satelliti, però, contengono delle parti particolarmente resistenti, che in alcuni casi riescono a raggiungere Terra. La probabilità che qualcuno di essi possa provocare danni materiali o a persone è comunque bassissima, sebbene non nulla. La riprova è che in più di 50 anni di attività spaziale non si è mai registrato un simile evento. In conclusione è molto, molto più probabile essere colpiti da un fulmine».

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