DIETRO A COSA SI NASCONDONO I BUCHI NERI?

Pianeti in polvere

La polvere che circonda il centro delle galassie sarebbe prodotta dallo scontro di migliaia di pianeti. Un'ipotesi suggestiva che cerca ora delle conferme.

Buchi neri giganti al centro delle galassie. Ci sono ma non riusciamo a vederli, forse anche per colpa della polvere prodotta dallo scontro di migliaia di pianeti. L’ipotesi, suggestiva quanto complessa da dimostrare, viene dai ricercatori dell’ Università di Leicester nel tentativo di spiegare perché non riusciamo a “vedere” direttamente ciò che avviene nel cuore di molte galassie.

E’ qui che si annidano buchi neri giganteschi, dalle masse di milioni di volte quella del Sole. Alcuni sono pienamente attivi: attirano a sé il gas circostante, che prima di esserne inghiottito ruota vorticosamente attorno al buco nero, emettendo radiazioni di alta energia. Proprio queste emissioni dovrebbero rendere “visibile” il vortice di gas con al centro il buco.

Questo però non avviene, perché attorno al nucleo galattico si estende un disco di polveri che attenua queste emissioni. Ma da dove viene tutta questa polvere? Secondo quanto dedotto dallo studio dei ricercatori, la risposta va cercata sempre nel gas che si trova attorno al buco nero. Nonostante le condizioni avverse, qui si formerebbero comunque milioni di nuove stelle e  attorno a queste potrebbero orbitare pianeti, asteroidi e comete. Tuttavia, le stelle nella zona centrale di una galassia sono molto ravvicinate tra loro e questo complica la vita dei pianeti e degli altri piccoli corpi rocciosi. Le loro orbite sarebbero instabili per effetto delle continue perturbazioni gravitazionali esercitate dalle stelle vicine e verrebbero così strappati via dalla loro stella madre a velocità di 1000 chilometri al secondo. Gli scontri tra questi corpi sarebbero inevitabili e produrrebbero quel disco di polveri che avvolge il centro di una galassia.

Rimanangono i dubbi sulla possibilità che pianeti, comete e asteroidi riescano a formarsi in regioni così caotiche e affollate, ma l’ipotesi merita ulteriori approfondimenti.

La ricerca è pubblicata sull’ultimo numero del Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.