LO STUDIO SU GEOPHYSICAL RESEARCH LETTERS

Vita su Marte, il perclorato non la pregiudica

Se non c’è possibilità di vita su Marte, il colpevole non va cercato nell’eccesso di sostanze ossidanti presenti nel terreno. Questa la conclusione alla quale sono giunti quattro ricercatori americani rielaborando i dati raccolti nel 2008 dal lander di Mars Phoenix.

Il solco lasciato su Marte dal lander di Mars Phoenix (Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona/Texas A&M University)

Fra le tante ragioni che rendono l’ambiente marziano ostile alla vita, una è la presenza nel suolo del pianeta rosso di composti ossidanti, potenzialmente in grado di produrre danni estesi al dna e alle proteine. Già dal 1976, grazie ai dati forniti dalla missione Viking, gli scienziati avevano intuito che il terreno di Marte potesse contenere sostanze altamente ossidanti, tali da creare condizioni estremamente difficili per la vita. Sospetto definitivamente confermato dal Wet Chemistry Laboratory, il laboratorio chimico a bordo del lander Mars Phoenix della NASA, che nel 2008 ha rilevato nel suolo marziano la presenza di sali di perclorato, potenzialmente molto ossidanti.

Da allora, gli scienziati s’interrogano su quale impatto potrebbero avere questi agenti ossidanti sulla possibilità o meno di vita in ambiente marziano. I punti di domanda sono molti. All’epoca, per esempio, c’è stato chi ha puntato il dito su un’eventuale contaminazione da parte del lander stesso. Questo perché, qui sulla Terra, i perclorati sono utilizzati, proprio per le loro proprietà ossidanti, oltre che nell’industria pirotecnica e nella fabbricazione delle capocchie dei fiammiferi, anche per i propellenti spaziali (il carburante di Phoenix, a dire il vero, non ne conteneva, ma erano presenti nei booster utilizzati nel terzo stadio durante il lancio). Il dubbio maggiore riguarda però l’effettivo impatto dei perclorati sulla possibilità di vita: non mancano infatti, qui sulla Terra, microrganismi perfettamente in grado di sopravvivere in ambienti in cui questi sali abbondano, come per esempio alcune zone particolarmente aride del deserto di Atacama, in Cile.

Ora, benché il lander di Mars Phoenix non sia più operativo, i dati che aveva raccolto sono stati utilizzati da un team di ricercatori – guidato da Richard Quinn del Carl Sagan Center – per riprodurre in laboratorio alcune caratteristiche del suolo presenti a Rosy Red, il sito marziano di atterraggio del lander. In particolare, Quinn e colleghi hanno misurato il potenziale di ossido-riduzione che potrebbero avere i perclorati presenti nel terreno. E il risultato che hanno ottenuto, pubblicato su Geophysical Research Letters, è ottimista: sarebbero effetti moderati, compatibili con il range ammesso per la potenziale abitabilità del suolo.

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