NUOVA TEORIA SUI BRACCI DELLE GALASSIE A SPIRALE

Le stelle non fanno la “ola”

I risultati di un nuovo studio mostrano uno scenario del tutto nuovo sulla formazione e l’evoluzione dei bracci caratteristici delle galassie a spirale.

Le galassie a spirale si riconoscono facilmente. Presentano dei cosiddetti bracci, ovvero addensamenti di stelle disposti come dei raggi ricurvi che conferiscono, nel complesso, una forma a girandola o, appunto, a spirale. Come si formino e come evolvano nel tempo questi tratti distintivi, tipici anche della nostra Via Lattea, è uno dei temi classici della ricerca astrofisica che ora torna alla ribalta in seguito ai risultati di un nuovo studio.
La ricerca, presentata nel corso del Congresso Nazionale di Astronomia della Royal Astronomical Society (NAM 2011) a Llandudno, in Galles, è partita dall’analisi di alcune simulazioni al computer ed è giunta a conclusioni inaspettate se messe a confronto con le precedenti teorie.

Fin dagli anni ’60, infatti, la spiegazione più accreditata paragonava la rotazione dei bracci nelle galassie alla propagazione della famosa “ola” del pubblico negli stadi. Come gli spettatori che, pur diventando parte dell’onda, non cambiano posto a sedere, così anche le stelle, si riteneva, vengono coinvolte nella perturbazione, tornando alla loro posizione una volta che questa è passata. Questo scenario tuttavia non regge nel momento in cui si prova a ricrearlo al computer.

La simulazione è stata effettuata considerando una ipotetica galassia a spirale contenente 5 milioni di stelle in rotazione attorno al centro. Osservando cosa succede in un periodo di 6 miliardi di anni (con un’opportuna accelerazione ai tempi!) non si verifica affatto quanto previsto dalle vecchie teorie: le stelle non stanno ferme, ma si muovono assieme al braccio cui appartengono. Non ci sarebbe un effetto ola, ma uno spostamento effettivo. Inoltre, alcune delle stelle che nello spostamento del braccio precedono le altre, tendono nel corso del tempo a deviare verso il centro della galassia, mentre quelle che si trovano nelle retrovie si spostano gradualmente verso la periferia.

Questi risultati potrebbero avere forti implicazioni sul futuro dell’astronomia osservativa nonché su alcune delle prossime missioni spaziali, come ad esempio Gaia, con la quale l’Agenzia Spaziale Europea intende studiare nel dettaglio la nostra galassia.